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Commercialisti e intelligenza artificiale, dentro e fuori lo studio

Pubblicato il · di Dario Solari · 6 min di lettura

Dal novembre 2025 il codice deontologico dei commercialisti regola l'uso dell'intelligenza artificiale, e la guida del Consiglio nazionale dedica un'appendice all'installazione di un modello in studio. Che cosa chiedono le regole, che cosa offrono i gestionali, e quando un sistema in sede ha senso.

I commercialisti iscritti all'albo erano 119.050 alla fine del 2025, in circa 69.000 studi. Più di metà degli studi conta al massimo tre persone. Nel loro archivio c'è quasi tutto ciò che un cliente ha di riservato: redditi, conti correnti, contratti, buste paga, e per l'antiriciclaggio i documenti d'identità e i titolari effettivi, conservati per dieci anni.

L'intelligenza artificiale in questi studi è già entrata. Secondo l'indagine della Fondazione Nazionale dei Commercialisti del 2025, su oltre 4.000 professionisti, il 34% la usa molto o abbastanza e più dell'80% l'ha provata almeno una volta. L'Osservatorio del Politecnico di Milano rileva che nel 2026 il 39% degli studi di commercialisti usa strumenti di intelligenza artificiale esterni al gestionale. Gli usi più citati sono la ricerca nelle norme e nei documenti, la registrazione delle fatture elettroniche, la riconciliazione bancaria, la redazione di testi e lettere.

Che cosa dicono le regole

La legge. Dal 10 ottobre 2025 la legge 132 del 2025, all'articolo 13, consente ai professionisti l'intelligenza artificiale solo per attività strumentali e di supporto, e li obbliga a dire al cliente quali sistemi usano. Non vieta il cloud e non impone il locale.

Il codice deontologico. Il 20 novembre 2025 il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili ha aggiunto tre commi all'articolo 21 del codice deontologico, in vigore dal giorno dopo. Il professionista che si avvale dell'intelligenza artificiale "se ne assume pienamente la responsabilità e il controllo" e deve, tra l'altro, "accertarsi che i sistemi di intelligenza artificiale di cui si avvale siano dotati di adeguate misure di sicurezza e riservatezza e conformi alle normative in materia di protezione dei dati personali". Deve inoltre informare il cliente dei sistemi usati, "anche nella eventuale documentazione prodotta". L'obbligo della legge è diventato anche un obbligo disciplinare, e la verifica della sicurezza dello strumento è personale.

Il segreto e i dati personali. Restano il segreto professionale (articolo 5 del decreto legislativo 139 del 2005), la riservatezza del codice deontologico e il regolamento europeo sulla protezione dei dati: se un servizio esterno riceve dati personali dei clienti, serve un contratto che lo nomini responsabile del trattamento.

Che cosa dicono gli ordini

La terza guida operativa del Consiglio nazionale e della Fondazione, presentata al congresso di Genova nell'ottobre 2025, è netta sugli strumenti gratuiti per il pubblico: le loro condizioni consentono di solito di usare i contenuti per l'addestramento, e "fornire a un tale servizio un documento contenente informazioni sensibili di un cliente equivarrebbe a una violazione del segreto professionale e del GDPR". Indica come risposta contrattuale le versioni aziendali di OpenAI, Google, Microsoft e Anthropic, con le relative garanzie.

La stessa guida contiene un'appendice di diciassette pagine sull'installazione di un modello linguistico in locale, presentata come "una scelta strategica concreta e accessibile per qualsiasi studio professionale che consideri la privacy dei dati e l'autonomia tecnologica come priorità". Il limite indicato è la manutenzione, che richiede "un certo livello di competenza tecnica che potrebbe non essere immediatamente disponibile all'interno di uno studio professionale".

La guida dell'Ordine di Torino, del giugno 2026, distingue tre casi. Dati personali dei clienti su una piattaforma gratuita: vietato, violazione del regolamento europeo e del codice deontologico. Piattaforma aziendale: consentita, con contratto sul trattamento, server noti, nessun addestramento sui dati e informativa scritta al cliente. Modello eseguito in locale: nessuna trasmissione esterna, restano la sicurezza delle postazioni e degli accessi; la guida lo indica dove la riservatezza è "stringente", come "un'opzione tecnicamente più onerosa, ma in taluni contesti decisamente opportuna".

Le regole ci sono, la loro applicazione è indietro. Nei dati presentati al convegno nazionale dei giovani commercialisti del 2026, meno del 5% degli studi ha una policy scritta sull'intelligenza artificiale, meno del 3% dichiara di conoscere bene le norme, e circa un quarto ha cominciato a usarla prima di avere regole interne.

Che cosa offrono i gestionali

La via più breve per molti studi è l'intelligenza artificiale dentro il gestionale che già usano. TeamSystem Studio ha un assistente che risponde in linguaggio naturale, propone i conti e registra fatture ed estratti conto; Zucchetti Ago Infinity ha l'assistente Aladino e modelli predittivi per le registrazioni; Wolters Kluwer ha portato l'intelligenza artificiale nelle dichiarazioni con Genya; Sistemi la offre per PROFIS. Sono tutti servizi in cloud; dove girino i modelli e quali siano i fornitori, le pagine pubbliche non lo dicono, e i prezzi non sono pubblicati.

Ha un vantaggio reale, che la guida di Torino riconosce: i dati restano presso un fornitore con cui esiste già un contratto, e la valutazione sul trattamento dei dati è più semplice. Ha anche il limite di ogni archivio centralizzato. Ad agosto 2026 TeamSystem ha confermato l'esfiltrazione di dati dal servizio Contabilità in Cloud, usato da piccole imprese e commercialisti: dati anagrafici, IBAN e movimenti contabili. Nessuna soluzione azzera il rischio; cambia dove si trova e quanti clienti tocca insieme.

Quando un sistema in studio ha senso

Un modello in sede non è la scelta più economica. Per uno studio di dieci persone, un abbonamento aziendale a un assistente in cloud costa intorno ai 20 euro a persona al mese; una macchina capace, l'installazione e l'assistenza costano di più, anche su tre anni. Ha senso quando conta di più che cosa esce dallo studio:

  • Documenti che non devono uscire. Dichiarazioni, perizie, operazioni straordinarie, fascicoli antiriciclaggio: materiale per cui anche un contratto ben scritto con un fornitore estero lascia un dubbio, al cliente prima che al professionista.
  • Uso quotidiano. Ricerca negli archivi dello studio, riassunti di atti e contratti, estrazione di dati da fatture ed estratti conto, bozze di lettere: lavoro ripetitivo, su documenti propri, dove un modello aperto di media grandezza basta.
  • Qualcuno che se ne occupi. Un modello in sede va aggiornato, protetto e controllato. Gli strumenti più diffusi per usarlo nascono senza autenticazione e vanno chiusi prima di metterli in rete. Se nello studio non c'è chi lo fa, serve un fornitore che lo faccia.

Resta più adatto il cloud per l'uso occasionale, per il ragionamento su questioni complesse e nuove, e per la ricerca sul web, dove i modelli più grandi sono ancora avanti.

Le due strade non si escludono: molti studi useranno l'assistente del gestionale per la contabilità e un sistema in sede per i documenti più delicati. In ogni caso le regole chiedono le stesse tre cose: sapere quali strumenti si usano e con quali garanzie, scriverlo in una policy dello studio, e dirlo ai clienti.


Fonti principali: Fondazione Nazionale dei Commercialisti, Rapporto 2026 sull'Albo; CNDCEC, codice deontologico, art. 21, commi 8–10 (Informativa 178/2025); CNDCEC e FNC, "L'aiuto intelligente al Commercialista", ottobre 2025; ODCEC Torino, "L'intelligenza artificiale nello studio", giugno 2026; Osservatori del Politecnico di Milano, Professionisti e innovazione digitale, luglio 2026; legge 23 settembre 2025, n. 132, art. 13.